Abuso di dipendenza economica

ABUSO DI DIPENDENZA ECONOMICA

Nell’ambito dei rapporti contrattuali tra imprese finalizzati alla distribuzione di prodotti in un dato mercato – si tratti di franchising o figure contrattuali atipiche come la concessione di vendita – quando la durata del contratto non è determinata dalle parti, sorge il problema di come risolvere le conseguenze potenzialmente pregiudizievoli che possono derivare a una delle parti dalla decisione unilaterale dell’altra di interrompere, da un certo momento in avanti, la relazione commerciale con il proprio partner.

In genere il rapporto di forza economica e contrattuale tra le parti è fortemente sbilanciato a favore del produttore/fornitore e quindi la questione che si pone è come tutelare, se deve essere tutelata, la posizione di eventuale debolezza nella quale si venga a trovare il distributore che, nell’esercizio della sua attività, faceva affidamento sulla continuità di un rapporto contrattuale con un produttore che dura spesso da tantissimo tempo.

In Italia la legge 192/91 – dettata in materia di subfornitura, ma applicabile anche ad altri contratti tra imprenditori – ha cercato di trovare una soluzione con la configurazione, all’art. 9, della fattispecie dell’abuso di dipendenza economica: quest’ultima si configura ogni qualvolta un’impresa, facendo leva sul potere economico detenuto, operi sul mercato in modo da imporre al partner commerciale un eccessivo squilibrio di diritti e di obblighi.

L’interruzione unilaterale ed arbitraria delle relazioni commerciali è una delle modalità con le quali può concretizzarsi detto abuso da parte del produttore.

Il Tribunale di Treviso, con una sentenza pronunciata nel novembre del 2015 in una controversia tra una nota società produttrice di abbigliamento e un retailer, ha avuto modo di precisare quando – e a quali condizioni – il diritto di recesso esercitato dal produttore rispetto a un rapporto contrattuale di lunga durata, e senza un termine concordato dalle parti, debba giudicarsi illegittimo, in quanto contrario a buona fede e integrante un abuso di dipendenza economica e quindi fonte di responsabilità per danni in favore del retailer.

Nel caso esaminato, il distributore – che aveva operato, sotto il marchio del produttore, in una zona assegnatagli in via esclusiva e nel rigoroso rispetto di una serie di indicazioni e direttive date dal fornitore stesso – si era visto improvvisamente comunicare dal produttore la decisione, da una certa collezione in avanti, di interrompere il più che decennale rapporto commerciale, con conseguente divieto di uso del marchio nella sua attività imprenditoriale.

Abuso di dipendenza economica

In Italia la legge 192/91 – dettata in materia di subfornitura, ma applicabile anche ad altri contratti tra imprenditori – ha cercato di trovare una soluzione con la configurazione, all’art. 9, della fattispecie dell’abuso di dipendenza economica.

Il Tribunale, all’esito dell’istruttoria di causa, escludeva l’illiceità del comportamento del produttore sulla base di tre valutazioni.

In primo luogo il giudice escludeva che, nel caso sottoposto al suo esame, vi fosse tra produttore e retailer una dipendenza economica posto che il mercato merceologico e territoriale nel quale il retailer operava – quello della distribuzione di capi di abbigliamento – assicurava, accanto al produttore parte in causa, un’ampia scelta di partner commerciali ai quali il retailer, volendo, si sarebbe potuto rivolgere per esercitare la sua attività di distributore.

In secondo luogo il giudice trevigiano escludeva che, nel rapporto contrattuale esistito tra le parti, vi fosse un eccessivo squilibrio di diritti e di obblighi tra le parti; in particolare escludeva che uno squilibrio fosse da rinvenire, come sostenuto dal retailer, nel vincolo di esclusiva al quale quest’ultimo – accettando il rischio di perdita di avviamento nel caso di rottura dei rapporti – si era liberamente obbligato per acquisire il vantaggio di essere distributore esclusivo del brand del fornitore.

In terzo luogo il Tribunale di Treviso – in applicazione del principio secondo il quale in un contratto a tempo indeterminato ciascuna delle parti può recedere dal contratto dando all’altra un preavviso o nel termine pattuito o comunque in un termine congruo –, giudicava che il preavviso di un anno e mezzo con il quale il fornitore aveva comunicato al retailer la sua volontà di recedere da un contratto durato 25 anni, dovesse ritenersi congruo e tale da consentire al retailer di riorganizzarsi e allo stesso tempo continuare la sua attività.

In definitiva dunque, quanto all’interruzione di rapporti contrattuali a tempo indeterminato, la questione dirimente è quella di valutare se c’è stato un preavviso e se il preavviso dato possa ritenersi congruo: e questo è un giudizio di merito che spetta al giudice e che ovviamente dovrà tenere conto della durata del rapporto e anche dalla natura dello stesso.

Dalla lettura delle sentenze pronunciate sul punto – oltre a quella del Tribunale di Treviso oggetto di commento – si può dire che, sempre in tema di concessione di vendita, non è stato ritenuto congruo – ed è stato dunque esteso dal giudice ad un anno – un preavviso di 6 mesi per un rapporto durato 10 anni (Tribunale Napoli 1.11.2015); mentre invece è stato ritenuto congruo un preavviso di 3 mesi per un rapporto durato 26 mesi (Tribunale Bologna 21.09.2011).

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