CONTRATTO E TOLLERANZA DELL’INADEMPIMENTO ALTRUI: QUALI GLI EFFETTI

L’art. 1372 del Codice civile prevede che il contratto concluso dalle parti abbia “forza di legge” tra le stesse.

Questo significa che il contratto concluso dalle parti crea delle specifiche norme pattizie che regolano il rapporto così integrando le norme dettate dallo Stato per disciplinare la materia oggetto del contratto stesso, o addirittura sostituendosi alle stesse nel caso queste non siano inderogabili.

Secondo lo stesso art. 1372 c.c., le pattuizioni contrattuali convenute possono poi essere sciolte se, con un nuovo e successivo accordo, le parti decidono di  farle “venire meno” – o anche di modificarle in parte – o se sussiste una delle cause di scioglimento previste dalla legge.

Inadempimento del contratto quale causa di scioglimento

Tra queste ultime, la causa più frequente è l’inadempimento alle pattuizioni contrattuali posta in essere da una delle parti e che, contestato dall’altra, dà alla parte adempiente il diritto di chiedere la risoluzione del contratto ai sensi dell’art. 1453 c.c..

Cosa succede se però una delle parti non rispetta le pattuizioni contrattuali, eseguendo il contratto in maniera difforme rispetto a quanto pattuito, e l’altra parte – senza che vi sia una modifica espressa al contratto, né una contestazione di inadempimento – accetta consapevolmente e tacitamente di ricevere una esecuzione difforme delle obbligazioni contrattuali per un periodo non irrilevante ?

Tolleranza dell’inadempimento altrui: gli effetti

A questo interrogativo ha fornito una interessante risposta la sentenza n. 8643/2018 del Tribunale di Milano pronunciandosi su una controversia relativa a un contratto di distribuzione tra una società produttrice di bigiotteria e il proprio distributore esclusivo sul territorio italiano.

Il contratto, della durata di un anno, in ragione del particolare pregio dei prodotti, prevedeva per il Distributore l’impegno di commercializzarli unicamente servendosi di una rete di rivenditori al dettaglio costituiti da gioiellerie selezionate che rispondessero a requisiti di “qualità” imposti dal Produttore.

Il contratto, giunto a naturale scadenza, veniva di fatto prorogato per due annualità alle stesse condizioni.

Nel corso del rapporto, il Produttore rilevava che il Distributore, disattendendo l’obbligo di distribuzione attraverso i criteri selettivi concordati, aveva affidato la rivendita, senza autorizzazione alcuna, anche a punti vendita diversi dalle gioiellerie (in particolare profumerie, negozi di abbigliamento, articoli da regalo, pelletterie e persino farmacie).

Nel tentativo di comporre la questione, contestata formalmente dal Produttore – e non negata dal Distributore – le parti avviavano una rinegoziazione del contratto in punto di politica commerciale: queste trattative, e le modifiche contrattuali proposte – ritenute vessatorie dal Distributore – non sfociavano tuttavia nella sottoscrizione di un nuovo accordo.

Il Produttore invocava allora la clausola risolutiva espressa contenuta nel contratto la quale, in caso di violazione dell’obbligo di distribuire i Prodotti attraverso le sole gioiellerie, le dava il diritto di chiedere la risoluzione del rapporto.

Il Distributore contestava la risoluzione sostenendo che la distribuzione attraverso canali differenti da quelli pattuiti non poteva qualificarsi come inadempimento contrattuale in quanto pienamente conosciuta e approvata dal Produttore stesso il quale, nel corso di periodici controlli, aveva avuto modo di verificare la tipologia dei rivenditori utilizzati dal Distributore.

Conclusioni del Tribunale di Milano

Il giudice, investito della questione, rilevava in effetti la sussistenza dell’invocata clausola risolutiva espressa: rilevava tuttavia che lo stesso contratto contemplava anche la possibilità, per il Distributore, di commercializzare i prodotti contrattuali attraverso differenti canali di vendita, purché ne desse tempestiva informazione al Produttore e ottenesse dallo stesso un’autorizzazione al riguardo.

Dalle risultanze istruttorie, emergevano numerosi e fondati indici a riprova della conoscenza, da parte del Produttore, della variegata tipologia di rivenditori dei quali in concreto si era avvalso il Distributore.

Emergeva anche che lo stesso Produttore aveva tollerato, per un periodo di tempo significativo e senza contestare alcunché , l’utilizzo di questi differenti canali distributivi, i quali peraltro avevano concorso a un costante incremento di profitti.

Il Tribunale verificava infine che la necessità di una specifica autorizzazione per iscritto riguardo alle eventuali differenti modalità di distribuzione era prevista nel contratto solo per il caso della eventuale richiesta, da parte del Distributore, di poter commercializzare i prodotti anche sul proprio sito internet.

Conclusioni

La conoscenza della situazione creatasi, accompagnata da una condotta di tolleranza della stessa prolungata nel tempo, si era tradotta, per il Tribunale di Milano, in una tacita accettazione, da parte del Produttore, delle diverse modalità distributive poste in essere dal Distributore, e quindi in una vera e propria autorizzazione alle stesse per comportamento concludente.

Tutto quanto considerato, il giudice meneghino concludeva che l’attivazione della clausola risolutiva espressa del Produttore dovesse ritenersi infondata per mancanza di violazione delle disposizioni in punto di rivendita dei prodotti.

E che anzi fosse ragionevole ritenere che il Produttore avesse invocato in maniera strumentale e in malafede la clausola risolutiva espressa quando non aveva ottenuto, dal Distributore, la sottoscrizione di un nuovo contratto a condizioni a sé più favorevoli.

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