FATTURE NON PAGATE E RECUPERO DELL’IVA VERSATA

È esperienza comune di molte imprese – e in generale dei soggetti tenuti al versamento dell’IVA – quella di subire, oltre al danno di non incassare i corrispettivi portati da fatture emesse a fronte della vendita di beni o della prestazione di servizi, anche l’ulteriore beffa di dover versare allo Stato l’IVA esposta in quelle stesse fatture non ancora incassata dai propri debitori inadempienti.

A parziale rimedio di questo pregiudizio, l’ordinamento prevede alcuni strumenti la cui applicazione, tuttavia, non è sempre di facile e lineare applicazione.

L’articolo 26 del DPR 633/73, comma 3, prevede per i creditori insoddisfatti la possibilità di emettere note di variazioni dell’imponibile e dell’imposta dovuta qualora, dopo aver provveduto alla corretta registrazione delle fatture nei registri IVA, i debitori le cui fatture sono rimaste insolute vengano sottoposti:

  1. a una procedura esecutiva individuale infruttuosa.
  2. a una procedura concorsuale

A queste condizioni – che vedremo come operano in concreto – il creditore rimasto impagato, in ragione di una sorta di valutazione giuridica sull’impossibilità sopravvenuta di realizzare il credito, potrà portare in detrazione l’IVA già versata attraverso l’emissione e, la successiva registrazione, della relativa nota di variazione

 Sottoposizione del debitore a una procedura esecutiva “infruttuosa”

Una procedura esecutiva promossa nei confronti di un debitore può ritenersi infruttuosa allorquando l’Ufficiale giudiziario richiesto di eseguire un pignoramento sui beni del debitore in forza di un titolo esecutivo ottenuto dal creditore rimasto insoddisfatto – di solito un decreto ingiuntivo o un altro provvedimento di condanna al pagamento delle somme di denaro – non rinvenga beni utilmente pignorabili e attesti tale circostanza nel verbale negativo di pignoramento, restituito poi al creditore.

Salvo il caso che l’Ufficiale verifichi una vera e propria irreperibilità del debitore, non basta che l’Ufficiale attesti di non aver potuto eseguire il pignoramento per avere trovato chiuso, al momento della esecuzione, il luogo dove dovevano essere ricercati i beni da pignorare: il verbale si considera negativo se attesta che, all’esito di una effettiva ricerca in loco, non sono stati rinvenuti, né siano rinvenibili, beni utili da pignorare.

In questa ipotesi, il creditore insoddisfatto può raggiungere la “prova” della irrecuperabilità del credito – e quindi la possibilità di ottenere la rivalsa dell’IVA attraverso l’emissione della nota di variazione – in tempi e con oneri che possono considerarsi contenuti e, per crediti di una certa entità – e quindi con IVA versata per importi significativi – consigliabili da affrontare in termini di costo-beneficio.

Conclusione della procedura esecutiva

Se invece l’esecuzione non risulta negativa per avere l’Ufficiale rinvenuto e pignorato beni o crediti, l’iter diventa necessariamente più lungo e costoso: l’infruttuosità della procedura esecutiva potrà ritenersi accertata solo allorquando il ricavo della vendita dei beni pignorati messi all’asta non giunga a soddisfare, anche solo parzialmente, il creditore ovvero quando la procedura esecutiva sarà dichiarata estinta per essere rimasti invenduti i beni pignorati.

È sempre consigliabile, pertanto, fare una preventiva valutazione costi benefici tenuto conto dell’entità dell’IVA da “recuperare”.

Sottoposizione del debitore alle procedure concorsuali

Per l’ipotesi delle procedure concorsuali, la condizione richiesta dal citato art. 26 del DPR 633/73 affinché il creditore insoddisfatto possa emettere la nota di variazione in diminuzione per il recupero dell’IVA risiede nella infruttuosa conclusione della procedura concorsuale attraverso la quale, depositando la relativa domanda in giudizio, il creditore, chiedendo di essere ammesso, ha tentato il recupero del credito.

Il caso del fallimento

Nel caso del fallimento, il creditore dovrà innanzitutto insinuarsi al passivo, allegando le fatture rimaste insolute, e far accertare la sussistenza del proprio credito e l’importo dell’IVA versata.

La infruttuosità, secondo l’Agenzia delle Entrate, si riterrà comprovata in questa ipotesi allorquando la possibilità di soddisfacimento del creditore insoddisfatto potrà ritenersi venuto meno, in tutto o in parte, per insussistenza di somme disponibili una volta effettuata, all’esito della procedura di verifica dei crediti e realizzo dei beni fallimentari, la ripartizione dell’attivo secondo l’ordine previsto dalla legge; o, in caso di mancato riparto di attivo per insussistenza di un attivo da ripartire, alla data di chiusura del fallimento.

I tempi per poter emettere la nota di variazione possono essere in questo caso anche molto lunghi e non facilmente determinabili in ragione della durata media, spesso di anni, per giungere alla conclusione della procedura concorsuale; anche in questa ipotesi la valutazione costi-benefici non potrà prescindere dall’importo dell’IVA versata e da recuperare.

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