FRANCHISING E TUTELA DEL CONSUMATORE

Il TAR del Lazio, con una sentenza del 3.5.2019, ha chiarito che il franchisor – benché sia un imprenditore economicamente e giuridicamente distinto ed autonomo dai propri franchisee – può tuttavia essere chiamato a rispondere dell’operato di questi ultimi.

E l’onere di “vigilanza” del franchisor aumenta all’aumentare dei poteri di direzione e controllo che lo stesso esercita di fatto sull’attività dei franchisee stessi.

IL CASO

Una società di diritto svizzero, che si occupa dello studio, dello sviluppo e della fornitura di metodi e strumenti informatici per la erogazione di servizi postali, aveva concluso contratti di franchising con una serie di società italiane: in forza di questi contratti aveva accordato loro il diritto di avvalersi del suo marchio, della sua insegna e del suo know-how per la fornitura di detti servizi sul mercato italiano.

Nel contratto gli affiliati si impegnavano a procurarsi tutte le autorizzazioni amministrative necessarie, secondo la legge italiana, a fornire i servizi oggetto del contratto, autorizzazioni che comprendono una specifica licenza per l’offerta al pubblico di servizi postali.

I CONTROLLI DELL’AGCOM

Da controlli effettuati dalla Autorità Garante delle Comunicazioni (AGCOM) emergeva in seguito che la quasi totalità degli affiliati era sprovvisto della licenza prevista dalla legge.

Pertanto il franchisor veniva condannato al pagamento di una rilevante sanzione amministrativa pecuniaria per esercizio “abusivo” dei servizi postali da parte degli affiliati.

Il franchisor impugnava davanti al TAR il provvedimento della AGCOM sostenendo che, secondo quanto previsto dall’art. 1.1 lett. b della Legge 129/2004 – che regola in Italia il contratto di franchising – i franchisee sono soggetti economicamente e giuridicamente indipendenti dal franchisor.

Di conseguenza essi godono di libertà imprenditoriale nella gestione della loro impresa e dunque agiscono sotto la propria esclusiva responsabilità e sono i soli a dover rispondere della loro attività.

Secondo il franchisor, la sanzione per la mancanza del titolo abilitativo richiesto dalla legge doveva dunque essere comminata unicamente ai franchisee sprovvisti della licenza.

Al franchisor, per contro, non poteva essere imputata alcuna responsabilità giuridica neppure sotto il profilo di una omessa vigilanza, non richiesta al franchisor dalla Legge n. 129/2004.

RESPONSABILITA’ DEL FRANCHISOR PER L’ATTIVITA’ DEL FRANCHISEE: PRESUPPOSTI.

Il TAR – dopo avere esaminato il contratto di franchising, il manuale operativo contenente il know-how, e gli elementi di fatto raccolti dalla AGCOM nella sua indagine – rilevava una serie di circostanze, e in particolare:

– che l’attività di ogni franchisee era strettamente interconnessa a quella degli altri e a quella del franchisor per assicurare che la fornitura del servizio della intera rete fosse diretta e controllata da un unico centro decisionale;

– che le tariffe generali dei servizi applicate dai franchisee erano fissate dal franchisor;

– che vi era un sistema di fatturazione integrato attraverso un sistema organico di scritturazione contabile e rilevazione temporale;

– che il contratto prevedeva in favore del franchisor poteri di ispezione penetranti nei confronti dei punti vendita dei franchisee.

LE CONCLUSIONI DEL TAR DEL LAZIO

Secondo il TAR dunque, esisteva tra franchisor e franchisee un “sistema” organizzativo che rispondeva a una logica e a una gestione fortemente “unitaria” e accentrata dell’attività di tutti i franchisee.

Risultava pertanto imputabile al franchisor, titolare di penetranti poteri di controllo, la circostanza di non avere verificato l’effettivo ottenimento, da parte dei franchisee, della licenza abilitativa, che pure costituiva uno degli obblighi imposti nel contratto di franchising ai franchisee, oltre che requisito indispensabile per l’esercizio dell’attività oggetto del contratto stesso.

Al di là del dato formale, a giudizio del TAR, i contratti tra la società svizzera e gli affiliati italiani non si risolvevano in mere affiliazioni commerciali – con l’uso di un determinato marchio e di un know-how secondo la formula ordinaria del franchising -, ma avevano un’unica organizzazione economica imprenditoriale all’interno del quale il franchisor, in veste sostanziale di “capogruppo”, esercitava un’attività di direzione e coordinamento di tutte le “unità produttive” costituite dai franchisee.

COLPA DEL FRANCHISOR PER OMESSO CONTROLLO E TUTELA DEL TERZO CONSUMATORE

Sulla base di tali considerazioni, il TAR ha ritenuto giusta la sanzione comminata dalla AGCOM al franchisor per non avere “vigilato” l’attività dei suoi franchisee.

Nel fare questo, il TAR ha infine richiamato una sentenza della Corte di appello Napoli del 3 marzo 2005 pronunciata in un caso nel quale il comportamento scorretto dei franchisee verso i propri clienti era stato ascritto anche alla responsabilità del franchisor sulla base del principio della tutela dell’affidamento del terzo consumatore.

Secondo tale pronuncia il contratto di franchising – e l’appartenenza del “franchisee” alla rete – sono suscettibili di creare nel cliente finale un affidamento sia in ordine all’identità tra “franchisor” e “franchisee“, sia sull’esistenza nel “franchisee” dei medesimi standard qualitativi e di correttezza commerciale posseduti dal franchisor o, meglio, dal marchio sotto il quale si svolge l’attività di impresa di entrambi.

Da tale affidamento deriva un onere di controllo per il “franchisor” sulle persone dei propri franchisee e dunque anche sulle modalità di svolgimento dell’attività degli stessi, controllo che comincia nella fase della selezione e della stipulazione del contratto e prosegue nella fase dell’esecuzione dello stesso.

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