FRANCHISING E TUTELA DEL FRANCHISEE DALLA CONCORRENZA INTRABRAND

Come si è già detto in un precedente articolo, la concessione al franchisee di una esclusiva di zona – regolata dall’art. 3 della Legge 129/2004 che disciplina in Italia il franchising – è un elemento solo eventuale del contratto.

In sua presenza, il franchisor si impegna – a seconda dell’ampiezza del patto – a non concludere altri contratti di franchising con soggetti terzi nel territorio concesso in esclusiva o anche a non distribuire i beni oggetto del contratto attraverso propri punti vendita o altri canali commerciali quali la grande distribuzione o negozi indipendenti specializzati o plurimarca.

Tuttavia, pure in assenza di una clausola di esclusiva in favore del franchisee, il franchisor – come chiarito dal Tribunale di Milano in una importante sentenza del 2017 – ha il dovere, pur nella autonomia della sua strategia commerciale di sviluppo, di organizzare la rete di vendita in modo da non danneggiare i propri franchisee esponendoli a una concorrenza non sostenibile, ad esempio aprendo altri punti vendita, diretti o affiliati, troppo vicini o distribuendo i prodotti in canali alternativi con politiche di prezzi al ribasso.

Orientamento del Tribunale di Milano

Questo dovere discende dalla necessità, imposta dalla legge, di dare esecuzione ai contratti rispettando il principio cardine della buona fede previsto dall’art 1375 c.c., principio che ha la funzione di evitare che i contraenti attuino comportamenti che, pur non violando specifici impegni contenuti nel contratto, si risolvano tuttavia, in concreto, in condotte scorrette e sleali che danneggiano l’altra parte.

Nel caso giudicato dal Tribunale di Milano, poco dopo la conclusione di un contratto con un franchisee, il franchisor aveva aperto con un altro punto affiliato a pochissima distanza da quello del primo franchisee il quale, a causa della identità dei prodotti distribuiti nello stesso ambito territoriale, aveva patito un sensibile e no preventivato decremento del proprio fatturato.

Il Tribunale milanese, pur ribadendo il diritto, per il franchisor, di sviluppare una rete capillare per la distribuzione o la fornitura dei propri beni e servizi, ha evidenziato come questa libertà del franchisor debba sempre contemperarsi con il diritto dei franchisee rivenditori monomarca di non vedere compromesso il vantaggio competitivo che ricevono – pagando un corrispettivo – dall’ingresso nella rete in franchising.

Avendo accertato, nel caso di specie, che il franchisor aveva posto in essere, ai danni del franchisee, un comportamento gravemente lesivo dei sui interessi, il Tribunale meneghino ha dichiarato risolto il contratto per inadempimento, imputabile al franchisor, dell’obbligo della buona fede nell’esecuzione del contratto.

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